Quale fra queste è la 'griffe' italiana di maggior valore artistico?
A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 12/11/2004
Nello spirito di una bad painting che ridicolizza ogni senso del bello con un susseguirsi di ostentati eccessi e di plateali provocazioni, Andros può piacere o non piacere, ma di certo non lascia indifferenti.

Andros, "Sogno di una notte di mezza età", 2004
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Con efficace sintesi Giampiero Mughini lo definisce “irritante ed eccessivo”, irritante per l’ironia al limite della crudeltà, eccessivo per il linguaggio urlato e talvolta sguaiato di quello che oggi pare l’unico modo per farsi ascoltare da una società distratta, inerte, anestetizzata ed assuefatta al peggio.
Nel nome dell'inscindibilità del binomio arte-vita che attraversa tutta l’arte contemporanea, due sono i percorsi che si intrecciano e si integrano nelle opere di Andros, quello dell’immagine, ispirata alla cronaca, alla realtà più ovvia, alle icone della contemporaneità, e quello della parola, tratta dalla pubblicità e dal moderno linguaggio mediatico: è questo il suo personale modo per reiterare il messaggio rigirando il coltello nella piaga, con sadica determinazione.
Il titolo, per sua stessa ammissione “parte integrante dell’opera, tutt’altro che accessorio o superfluo”, giocato sul filo di calambour talvolta volutamente volgari, gli slogan popolari storpiati con umorismo cabarettistico, rinforzano immagini già forti, grottesche, macabre, stereotipi saturi di dettagli e di connotazioni esasperate di una realtà degradata e mercificata che punta la sua critica feroce soprattutto sulla figura femminile.
Spietata parafrasi di un presente attraversato da molte contraddizioni, le opere di Andros esibiscono i prodotti sub-culturali di una società che richiede sensazioni sempre più forti, alla ricerca di una chiave di lettura del mondo attraverso la violenza dell’emozione, non necessariamente estetica.
Nel filone satirico-grottesco di tanta arte avanguardista, da Marcel Duchamp e la sua dissacrante Monna Lisa baffuta ribattezzata “L.H.O.O.C”, a Schiele, a Otto Dix, George Grosz, e poi Enrico Baj, Piero Manzoni , Jeff Koons, Cattelan….. , caustico, aggressivo, colto eppure al limite del trash, con un occhio di riguardo alla pop art ed al nouveau réalisme , con più di un’allusione ai manichini iperrealisti di un Duane Hanson frequentatore di bassifondi, più di un ricordo di un Damien Hirst disincantato esploratore dello spazio-tempo in cui morte e vita si toccano, nello spirito di una bad painting che ridicolizza ogni senso del bello con un susseguirsi di ostentati eccessi e di plateali provocazioni, Andros può piacere o non piacere, ma di certo non lascia indifferenti.
Figurativo e realistico, di notevole accuratezza formale, acuta attenzione per i dettagli, grande fantasia inventiva, il suo linguaggio lucidamente incontrollato deborda sistematicamente, esagera, eccede, supera e decontestualizza la realtà, portando in superficie ciò che di concettuale è contenuto nella scomoda arte della provocazione, specie quando punta sull’ambiguità e sull’equivoco.
L’artista dichiara, in una recente intervista, che il marchio di provocatore cucitogli addosso “è solo un inevitabile e appariscente effetto collaterale. Se si va oltre, si può comprendere come la mia rabbia non sia altro che amore tradito nei confronti di una umanità che si ostina ad essere meno di quello che è.”: giocando sulla dialettica degli opposti, amore-odio, vita-morte, verità-finzione o se preferiamo Hirst-Michelangelo, Andros ci pone davanti ad un interrogativo solo apparentemente banale: la provocazione, il cattivismo, è di per sé un’arte? basta l’intenzione di distruggere l’ipocrisia buonista oggi così di moda a farne un tema artistico?
Forse ha ragione lui, che si autodefinisce con convinzione un artista, forse la non-arte, l’anti-arte, la contro-arte sono solo modi diversi di guardare e non di fare arte, forse sono in definitiva semplicemente arte.
Che, dopotutto, come dice Gombrich, non esiste in quanto "cosa", esistono solo gli artisti, come Andros.
Versione riveduta e corretta di un ready-made minimalista dove non ha importanza alcuna che l’objet trouvè sia verosimile anzichè vero e l'intera operazione artistica sia in realtà una colta citazione, l’opera presentata fa parte di un gruppo di lavori recenti (come la serie dei “confetti”), in cui ciò che vuol sembrare a prima vista un normale prodotto di consumo, opportunamente confezionato, rivela ad uno sguardo più attento il minuzioso intervento dell’artista.
Andros dichiara "Non parto da oggetti già esistenti, ma lavoro tutto dal principio alla fine", metodo tollerato dallo stesso Duchamp, che legittimava l'intervento creativo dell'artista sull'objet trouvé per la realizzazione di un ready-made "aiutato".
Questa creazione totale, dal prodotto grezzo a quello finito, atto che l'artista definisce romantico, molto faticoso, donchisciottesco, comporta un rigoroso controllo sulla materia e sul risultato finale che, nelle opere recenti, produce come esito un linguaggio più meditato, più sottilmente ironico, in cui l’allusività si fa più controllata e la componente concettuale affiora, inducendoci a riflettere sul ruolo dell’arte e sulla sua possibilità di convivenza o sopravvivenza nell’attuale realtà socio-culturale.
Sappiamo che l'occhio è una trappola , non è scontato che guardare voglia dire vedere, forse è venuta l'ora di accettare il fatto che l’arte oggi non debba tanto produrre oggetti o immagini, quanto dibattiti e relazioni, debba smuovere idee, scuotere coscienze, creare problemi, magari provocando, come fa Andros.
Se ne parli pur male, basta che se ne parli.
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