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| Parole buttate al web dalla mia torre d'avorio 13°: Di censura in censura |
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Comincio
a essere un po’ stanco. Il caldo e tutte queste mosche che mi ronzano rumorosamente intorno non aiutano a tener duro. La censura che mi tallona da circa due decenni, invece, non accusa alcuna stanchezza. Non teme il caldo né il gelo, non si ferma davanti ai lutti e alle malattie, non va in vacanza a Pasqua e neanche a Ferragosto; persino a Natale, quando tutti dovrebbero essere più buoni, non molla la sua presa da pitbull. Oltre al danno, devo tenermi anche la beffa: molti pensano che in realtà sia io a inseguire la censura, a cercarla, a implorare di finire nelle sue maglie, per beneficiare di quel barlume di notorietà che il suo passaggio talvolta fa lampeggiare. Come faccio a spiegare che non è così? A chi lo vado a dire che vorrei tanto poter proseguire la mia strada senza tanti accidenti e senza tanti bastoni tra le ruote? Chi è disposto a credere alle mie parole? Merita ben altro che la censura, in fondo, quello che fa lo fa proprio nella speranza di far casino; sono queste le parole che leggo negli occhi dei miei interlocutori. Vorrei tanto che per un giorno, uno solo, le cose si ribaltassero, e la censura si abbattesse su chi fa le cosiddette “cose normali”. Solo un giorno, quel tanto che basta per far capire cosa si prova a sentirsi bacchettare di continuo, a camminare sempre sui gusci d’uovo, a essere sempre spronati non a dare il meglio, ma a contenersi, per non suscitare “troppo scalpore”. Che cazzo vorrà dire, poi… lo scalpore o si fa o non si fa! Tutti questi vantaggi della censura non li vedo. La censura fa notizia solo se colpisce le persone famose: tanto è vero che erroneamente si pensa che accada solo a loro di essere vittime di tagli, cancellazioni, epurazioni, ecc. Niente di più sbagliato. Come chissà quanti altri, sono stato oggetto di centinaia di censure e nessuno ha mai saputo nulla, nessuno ne ha dato notizia; giustamente, aggiungo. In compenso, però, grazie a queste censure senza fanfara a me sono saltate occasioni, sono saltate mostre, sono saltati lavori e ormai cominciano anche a saltarmi i nervi. Ma so bene che mettersi nei panni degli altri è difficile, per cui non tenterò di convincere nessuno; ho solo bisogno di innalzare il mio personale inno contro la censura e contro le tante, piccole, insidiose ipocrisie che chiudono la mente. Questa è un’estate davvero di fuoco, e non solo a causa del caldo e delle fastidiose mosche; che nel loro continuare a battere la testa negli stessi posti mi ricordano me stesso, forse è per questo che le trovo così irritanti. Una galleria ha deciso di organizzare una collettiva per l’autunno, composta da opere che abbiano subito una forma di censura. Bene, bravi. Mi chiedono se abbia opere che sono state censurate, e io rispondo che hanno solo l’imbarazzo della scelta: circa la metà delle cose che ho fatto ha avuto questa sorte, prima o dopo. Forse un giorno stilerò un elenco dettagliato delle censure che ho dovuto ingoiare, ammesso che le ricordi tutte… La stessa galleria, organizza anche una collettiva sul tema, più leggero, dei giocattoli sessuali, e io ne approfitto per realizzare due cose che avevo in mente da un po’, questa e questa. Questa, che è divertente e nulla più, è ben accetta; quest’altra, decisamente più significativa, viene censurata; solo perché quel “Pu Tanja” potrebbe sembrare offensivo… a chi? Non è dato sapere… La censura da parte di una galleria che sta organizzando una mostra sulle opere censurate è davvero il colmo del colmo, un doppio salto mortale; mi sento quasi un privilegiato, e mi verrebbe da suggerire che la scultura da loro censurata potrebbe figurare nella collettiva sulla censura! Nel contempo, altri mi chiedono di pensare a qualcosa per una esposizione all’interno di una nota fiera di moda, sempre in autunno. Conoscendomi bene mi contengo il più possibile, anche perché non ho sempre tutta questa voglia di farmi dei nemici, e immagino una soluzione che sia spettacolare ma del tutto innocua; ma quelli della fiera la bocciano subito: l’idea è bella, ci piace, dicono loro, però è “troppo forte”, dicono sempre loro, quindi, hanno paura che la gente si spaventi. Da non credere. Nel mondo della moda ne fanno di tutti i colori, in pubblico e in privato, e poi censurano me; per una cosa che non spaventerebbe neanche il più cagalesto dei conigli! (Non posso descriverla perché ho intenzione di realizzarla comunque). E allora via a spremersi di nuovo le meningi, cercando di fare meno senza però scadere in un’idiozia senza senso… ma la vedo dura. Vorrei proporre il tema delle modelle che nel dopolavoro si prostituiscono (eheheh, si rizzerebbero un po’ di capelli), ma suppongo che debba ripiegare su qualcosa di più delicato, non so, magari cappuccetto rosso: ma senza il lupo, per carità, altrimenti quelle anime candide si terrorizzano! Come se non bastasse, anche con la scrittura la solfa non cambia, e il mio secondo romanzo ha vissuto una trafila simile, dopo aver sfiorato due volte la pubblicazione: anche lui colpevole di essere “troppo”. Ma questa è un’altra storia… Vorrei solo conoscere un posto in cui essere “troppo” non sia una colpa. Dove si possa essere sopra le righe senza per questo stare sopra le scatole degli altri. Dove la parola censura non esista, anzi, dove non esista il concetto di censura; soprattutto nelle menti delle persone. Dove non debba sentirmi un ottuso don Chisciotte solo perché continuano a piazzarmi davanti dei fottuti mulini a vento. Dove non chiamino di continuo la polizia per farmi arrestare per aver commesso “sculture illecite”. Dove non ci siano creatività di serie A e di serie B, quelle di moda e quelle sconvenienti. Dove non ci siano dei vigliacchi a farsi scudo della supposta innocenza dei bambini per nascondere ciò che fa paura solo a loro. Dove non tentino di farmi sentire storto solo perché non mi adeguo al “comune senso dell’ipocrisia”. E soprattutto dove non debba sempre, costantemente, incessantemente, preoccuparmi di chi si potrebbe offendere/spaventare/arrabbiare/e quant’altro, per una parola, un’immagine, una forma, un colore o chissà cos’altro… Non credo esista un posto così, ma di certo un luogo più decente ci deve essere, visto che mentre qui in Vaticania censuriamo tutto tranne i comportamenti criminali, e ci preoccupiamo di non offendere nessuno, neanche chi sta svendendo il paese, in altre parti del mondo le cose sono ben diverse, nell’arte e non solo… Perché dico tutto questo? E che ne so? Il caldo e la stanchezza fanno brutti scherzi, ed essere sempre “troppo” alla lunga è sfibrante; ma solo perché gli altri lo fanno pesare, non per altro. Nonostante gli strumenti sempre più logori, continuerò a condurre la mia vita da mistico ateo, chiuso nella mia torre d’avorio, a combattere una guerra, personale e universale al tempo stesso, che non ho mai voluto iniziare, circondato dalle rinunce che ho scelto e dalle cose che faccio; anche se capisco sempre meno perché le faccio, per chi le faccio. Il mondo, con le sue logiche prive di logica, mi sottrae senso giorno dopo giorno, come una tassa sulla vita; e finisco col sentirmi sferico come un coglione. Guardo le mosche, che continuano a ronzare, fregandosene del mio picchiare sulla tastiera; mi saltano sulla testa, mi atterrano sul naso, tentano il suicidio nelle mie orecchie, e finalmente capisco perché insistono a girarmi intorno: altro che coglione, sono proprio un grande stronzo! To be continued… [11/07/08 17:41 - Andros] |
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