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| Parole buttate al web dalla mia torre d'avorio 6°: La logica illogica della "gente comune" |
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Il
disgelo continuò e anche alcuni condomini cominciarono a voler
entrare, per vedere da vicino i miei aborti, cioè, le mie opere.
Più prendevano confidenza, più azzardavano giudizi
diretti. Ne ricordo uno, in particolare, che entrò con il solo intento di dirmene quattro; la scena si svolse così: Il tizio: «Ma queste cose che significano?» Ingenuamente, iniziai a impegnarmi in spiegazioni inutili. Il tizio, interrompendomi subito: «E questa sarebbe arte, diciamo…» Io: «Sì, diciamo…», avevo già capito che non era lì per capire, ma per sentenziare. Il tizio: «A me queste cose non dicono nulla.» Io: «Cose che capitano. Lei è appassionato d’arte?» Il tizio: «No, no: l’arte non m’interessa proprio» Io: «Ah… Chissà, magari per questo non le dicono nulla.» Il tizio: «Ah, beh, sì, certo… però… per me ci vuole qualcuno che dice che una cosa è arte; altrimenti, chiunque fa una cosa qualsiasi e dice che è arte.» Io: «Si riferisce a un critico d’arte?» Il tizio: «Ecco, sì, un critico che dice: questa è arte, questa è una cosa bella. Perché se non è bella, non è arte…» Io: «Quindi, lei ha bisogno di qualcuno che certifichi che una cosa è arte, e quindi che è bella?» Il tizio: «Sì, ci vuole uno esperto, conosciuto, che dice “questa è arte”, altrimenti non è arte.» Io: «Se ho capito bene, per lei quello che faccio non è arte, non è bello, vero?» Il tizio: «No, è orribile, non è arte.» Io: «Ma, sempre se ho capito bene, se un critico affermasse che invece è arte, lei cambierebbe idea, giusto?» Il tizio: «Non so… sì, potrei cambiare idea.» Io: «Quindi, improvvisamente, le mie opere le sembrerebbero belle, anche se fino a un minuto prima le riteneva orribili?» Il tizio fissa lo sguardo su una mia scultura e rimane in silenzio. Io: «Basterebbero le parole di uno come Gillo Dorfles, per esempio?» Il tizio, ridendo: «E chi è? Chi l’ha mai sentito? No, ci vuole uno famoso; uno famoso come Sgarbi, ecco…» Per un attimo, fui tentato di mettergli nelle mani un mio catalogo di un paio d’anni prima, con un testo scritto da Giampiero Mughini; Dorfles no, ma Mughini lo conosceva di certo: TV docet. Stavo quasi per farlo, avevo già in mano il catalogo, e al solo pensiero di dimostrargli l’assurda povertà di quel ragionamento un acido sorriso di rivalsa mi spuntava sulle labbra. Poi lo guardai bene: avrà avuto un paio d’anni più di me, ma sembrava averne almeno altri venti. Chissà com’era stato il suo tempo, com’era cresciuto, cosa aveva fatto, cosa aveva letto, e cosa non aveva fatto e letto. Quale vita, quale lavoro e quale quotidianità lo avevano portato a stuprare i propri pensieri in quel modo, a essere l’asservito mentale che avevo davanti agli occhi. Perché mai avrei dovuto sconvolgere le sue già claudicanti convinzioni? Vi si aggrappava con tanto ostinato impegno: sarebbe stata pura cattiveria. Sarebbe stato inutile, soprattutto. Lasciai cadere l’argomento, cullandolo nella certezza di essere nel giusto; e gli lasciai anche la soddisfazione di avermele cantate, di aver maltrattato un incapace che si crede artista. Non credo abbia avuto molte soddisfazioni nella vita, almeno questa… To be continued… [20/04/08 18:51 - Andros] |
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