![]() |
A N D R O S art Dead Art - Arte Morta |
![]() |
| Parole buttate al web dalla mia torre d'avorio 15°: La verità è là fuori |
| Home Page Turris Eburnea |
Di
tanto in tanto, più che altro per necessità
ineludibili, sospendo un attimo la mia vita d’anacoreta ed
esco dalla torre d’avorio per fare un bagno di cosiddetta
realtà. Ne farei volentieri a meno, ma poi mi torna in mente il famoso telefilm X-files, con il suo slogan “la verità è là fuori”, e mi viene il gusto di cercarla. Un paio di giorni fa, sono quindi uscito a riveder le stelle, anche se di giorno: mai piaciute le cose facili. Assolti gli impegni che mi hanno costretto alla sortita, decido di concedermi il lusso di un giro nel centro di Milano. Il Duomo è come sempre assediato da file di turisti desiderosi di entrare; e pensare che il meglio è fuori... Anche i negozi sono assediati come sempre, così come i tanti bar e ristoranti spennaturisti; dove per una bottiglia d’acqua devi accendere un mutuo, e se l’acqua è gasata oltre al mutuo devi accendere anche un’ipoteca sulla casa. Deve essere proprio un momento molto duro: tutti stringono la cinghia e si limitano a comprare il necessario. Tutto quel movimento di gente, soldi e pacchi lo dimostra. I tempi sono bui, non è più come una volta; prima sguazzavano allegramente nel denaro, ora sguazzano con lo sguardo triste. Vuoi mettere? Lungo il corso Vittorio Emanuele II, che porta dal Duomo a piazza S. Babila, sono state installate delle grandi opere di metallo: vedo un tre, un cinque, un quattro… A Milano diamo i numeri? No, si tratta delle sculture del pop artista Robert Indiana; più famoso per la scritta “LOVE” sempre tridimensionale e a caratteri cubitali. Tra un numero e l’altro, scorgo una telecamera puntata su una giornalista asetticamente gnocca che intervista un tizio il cui sorriso spicca con violenza sull’abbronzatura “brown 26” della cartella Pantone. Parlano dei numeri; l’abbrustolito si sbraccia, e spertica le proprie parole a favore dell’artista. Fa il suo lavoro, insomma. Più avanti mi imbatto in due scampoli di yuppi, cravattati in giacca, e capto involontariamente queste parole: “Nella fusione di marzo…”. Una volta, di marzo c’erano le idi, oggi ci sono le fusioni; è un segno dei tempi. C’è almeno una continuità: entrambe non portano granché di buono. Quei due ragazzi stavano probabilmente parlando di eventi che cambieranno, o hanno già cambiato, la vita di chissà quante persone; e lo facevano come niente fosse, come si parla del film visto la sera prima, come un qualsiasi cazzeggio da pausa pranzo. A quel punto mi rendo conto che la gente è davvero tanta, troppa per essere le dieci e mezza della mattina di un giorno feriale; che ci fa tutta quella gente in strada nell’orario d’ufficio? Probabilmente quelli in strada stanno “producendo” e guadagnando più di tutti gli altri; è un mondo davvero strano questo in cui viviamo… L’altra cosa che noto è che deve essere nata una nuova moda: la bici ginecologica. No, non ecologica, quello è ovvio, proprio ginecologica. Un mucchio di ragazze gira in bici con la minigonna, e a me viene il dubbio si tratti di una campagna pubblicitaria degli assorbenti Tampax o degli slip Roberta. Il dubbio è forte, perché in pochi minuti, e senza alcun impegno, ho potuto ammirare diversi modelli di mutande; alcune istoriate e invero graziose. Del resto, a stuzzicare il testosterone non ci sono solo le cicliste bisognose di aerazione inguinale, la fauna di modelle, aspiranti tali, bellezze casalinghe, fighe da diporto e stronzeteen variamente agiate è davvero ben nutrita. A ben vedere, però, di nutrita c’è solo la fauna, le ragazze sono perlopiù denutrite: le vittime del benessere sembrano unite alle vittime della fame nel mondo, in un abbraccio simbolico e ossuto. Appena superata piazza S. Babila, ritrovo un mendicante che occupa lo stesso posto da chissà quanti anni; da quando vivo a Milano l’ho sempre visto lì. Leggo per l’ennesima volta il suo cartello, che espone come un manifesto pubblicitario, e scopro che qualcosa è cambiato. Oltre al suo nome, età e stato di disoccupazione, ora il cartello ospita anche un’enorme scritta: “NON SONO COMUNISTA!”. Non riesco a trattenere una risata. Siamo talmente politicizzati, nel senso più ottuso del termine, che persino gli accattoni devono dissociarsi da qualcosa, giustificarsi e allontanare dubbi che potrebbero compromettere la “carriera”; questo non è solo un segno dei tempi, è un segno dell’Italia. Non mi era mai venuto in mente di informarmi se stavo facendo la carità a un comunista, a un fascista o altro, ma è evidente che molti questa domanda se la pongono. Con questo, decido di aver assorbito abbastanza verità per un solo giorno, può bastare. Ma la giornata non la pensa come me, e mentre torno al laboratorio mi offre un’altra rivelazione: due bollette da pagare, elettricità e telefono. Alcune verità fanno davvero male! To be continued… [15/09/08 16:31 - Andros] |
![]() |
| |
| © Andros - All rights reserved |